Alcuni particolari tecnici

Chi già conosce e pratica il tiro con l'arco occidentale deve sapere che ci sono due importanti particolari tecnici completamente diversi e peculiari nell'arcieria giapponese; essi sono l'impugnatura dell'arco e la mira; come abbiamo già detto, tutti i particolari sono importanti nel kyûdô, sia nel tiro che nella sua preparazione, ma fra questi i due citati lo sono in modo particolare.

Te no Uchi

In giapponese il modo di impugnare l'arco prende il nome di te-no-uchi che letteralmente significa "interno della mano" ma queste stesse parole vengono anche usate per indicare una cosa celata, un segreto, una cosa racchiusa, appunto, all'interno della propria mano.

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Sono considerati necessari almeno tre o quattro anni di pratica per un tenouchi da ritenersi accettabile perché dalla costanza del tenouchi dipende sia lo yugaeri (rotazione dell'arco) che la costanza della mira ed ogni scuola antica aveva il suo modo segreto di eseguirlo e tramandarlo.

Abbiamo già visto che la scuola Chikurin aveva un tenouchi molto saldo per impedire l'inutile perdita di tempo dello yugaeri e questo fatto è comune alle scuole di tiro militari; in tutte le altre circostanze lo yugaeri è considerato particolarmente elegante e desiderato; la scuola Ogasawara, arrotolando la mano sull'impugnatura, tiene l'arco appoggiato su tre punti della mano (e nessuno di questi è la sella tra l'indice ed il pollice) grazie ad una forte pressione della base del pollice verso il dentro del palmo; la scuola Heki insai-ha afferra con molta energia tre lati del nigiri per aumentare con la torsione la spinta della freccia e contemporaneamente lasciare lo spazio all'arco per girare; i Maestri della ZNKR consigliano di tenere l'arco in modo morbido (come fosse un uovo fresco o una rondine) per farvi ruotare l'impugnatura nel suo interno anche in fase di preparazione (sia shomen che shamen); questa non è che una piccola panoramica su questo scoglio del Kyûdôjin (uomo del kyûdô), detto anche e preferibilmente ite (arciere).

Nerai

Essendo lo yumi privo di qualsiasi "accessorio" potrebbe sembrare che la mira nel kyûdô sia di tipo detto istintivo ma non vi è nulla di più sbagliato; esiste invece un preciso procedimento di mira (nerai) che incomincia nella fase di uchiokoshi e continua attraverso quella di hikiwake, per confermare successivamente la posizione sia nelle fasi intermedie (daisan e sanbun no ni) che nella fase di kai (nobiai).

Bisogna ammettere che questo procedimento richiede particolari attenzioni; anzitutto è necessario eseguirlo contemporaneamente e durante tutti gli altri movimenti, va eseguito rigorosamente con ambedue gli occhi che devono quindi rimanere assolutamente aperti e richiede uno sforzo supplementare per chi non dovesse avere l'occhio destro prevalente.

Il principio sul quale si basa viene chiamato "parallasse": la distanza tra l'occhio destro e la freccia (che è appoggiata alla guancia) è all'incirca pari alla larghezza dell'arco; giacché la freccia, contrariamente all'arco occidentale, è appoggiata alla destra dell'arco stesso, viene assunto il bordo sinistro dell'arco (guardato con l'occhio destro) come riferimento per la direzione del tiro comparandolo con la visione del bersaglio dell'occhio sinistro (visuale a tutto campo).

È già evidente che una certa imprecisione nella rotazione della testa porta ad un errore nella direzione; possono essere poi necessarie, per una mira perfetta, delle micro correzioni in base alla freccia usata e/o al tipo di tenouchi.

L'alzo dipende dalla forza dell'arco, dalla freccia usata (lunghezza e peso) e dalla distanza del bersaglio, ma una volta verificato si possono prendere dei riferimenti mnemonici rispetto la mano o rispetto le volute dello yazurido (la legatura in rattan sopra il nigiri), sempre che si esegua tenouchi in modo costante.

In condizioni medie, l'alzo corretto, per il tiro a 28 metri praticato in un kyûdôjô, vede la freccia parallela al terreno.

È già possibile intuire quale sia, fra i molti altri, il più importante motivo utilitaristico per una perfetta forma del tiro: è necessario ripetere tutti i movimenti con la stessa precisione per non alterare i riferimenti di mira che altro non sono che i gesti e le posture dell'arciere stesso.

Alla luce di quanto sopra, la massima che dice "l'arciere mira a se stesso" ha una doppia valenza: egli mirando attraverso i riferimenti del proprio corpo deve centrare ed uccidere il proprio ego; chissà quanti altri significati di questa massima scopriremo continuando a praticare per i prossimi decenni.